L’Intelligenza Artificiale, abbreviata come IA, è un argomento di scottante attualità, intorno alla quale sono in fase di studio e sviluppo centinaia di potenziali applicazioni, rivolte al miglioramento dei processi di scelta e decisionali, alla base di tanti aspetti della vita dell’uomo contemporaneo.
Secondo Gartner ed altri importanti analisti degli scenari macroeconomici, il 2019 sarà l’anno dell’IA o comunque della sua introduzione importante nel mercato, mediante molteplici applicazioni.
Dalla guida autonoma, all’assistente virtuale, già oggi sappiamo ed in alcuni casi già sperimentiamo dei possibili vantaggi, ma ancora oggi ne vediamo la maturazione ancora in divenire, nei prossimi anni.
Si ipotizza che nei prossimi 20 anni, la tecnologia sarà largamente adottata in tutti gli ambiti, sia quelli privati, che quelli professionali e di interazione con il pubblico.
Secondo alcuni, si potrà arrivare a forme artificiali di superintelligenza e si profetizza che la realizzazione della superintelligenza sarà l’ultima invenzione che l’essere umano dovrà fare (Irving John Good, responsabile statistico del team del progetto Enigma, cui partecipava Alan Turing).
Ma come si è arrivati a questo punto?
GLI ALBORI, LE ILLUSIONI E LE DISILLUSIONI
In termini di predizione circa la sua affermazione, è interessante notare che già negli anni 40, alla realizzazione dei primi elaboratori, a partire dal progetto Enigma, di Turing, si diceva che lo sviluppo di macchine in grado di competere con l’uomo quanto ad intelligenza generale sarebbe avvenuto entro i prossimi 20 anni ….
Singolare il fatto che ancora nello scorso decennio il termine dei “prossimi 20 anni” era quello nel quale si prevedeva lo sviluppo a maturazione di tali sistemi.
Il fatto però che in passato siano state fatte previsioni troppo ottimistiche, non significa che ciò non sia in realtà possibile. La ragione reale per la quale lo sviluppo di queste tecnologie ha subito dei rallentamenti è insita nelle difficoltà incontrate nello sviluppo di apparecchiature in grado di realizzare quanto necessario.
L’alba dei sogni per lo sviluppo dell’IA è identificato nel Dartmouth Summer Project, del 1956, quando una decina di scienziati interessati alle reti neurali, si riuniscono nel Darmouth College per un seminario di 6 settimane.
Per affermare le loro idee e per contrastare i detrattori, a partire da quel momento, furono sviluppate diverse applicazioni molto focalizzate, volte a confutare l’opinione che una certa cosa o attività non avrebbe mai potuto essere sviluppata autonomamente da macchine.
Nascono quindi diverse applicazioni, quali Logic Theorist, per eseguire le dimostrazioni di teoremi scientifici, General Problem Solver o Eliza, primo programma che negli anni 70 simulava uno psicoterapeuta.
E’ in quegli anni e poi nei successivi, che sono state generate e si sono fatte strada idee come quelle di utilizzare sistemi artificiali per la guida autonoma, per la diagnostica medica, per la composizione musicale e di testi, fino a produrre idee innovative, brevettabili.
Ma i metodi e le tecnologie che avevano permesso di ottenere i primi interessanti sviluppi, si rivelarono difficili da estendere ad ambiti più ampi e complessi.
Il problema era legato alla capacità di elaborazione dei dispositivi, in quanto nell’esame di situazioni complesse, si dovevano esaminare tutte le possibilità prevedibili, tra le quali quindi selezionare quelle più probabili, attività che di fatto richiede capacità computazionali enormi, non raggiungibili nemmeno con supercomputer.
Per superare il problema della capacità computazionale, sarebbe stato necessario immaginare algoritmi in grado di sfruttare tutta la conoscenza possibile per pianificare strategie di analisi mirata, di tipo euristico, con gravi limiti concreti di realizzazione, quali la capacità di calcolo dei microprocessori e le capacità delle unità di memoria.
Negli anni 70 si realizzò che lo sviluppo dell’IA non avrebbe potuto essere veloce come previsto e le difficoltà scoraggiarono chi se ne occupava, con conseguente riduzione dell’attenzione (e dei finanziamenti), aprendo quello che viene definito come “primo inverno” dell’IA.
Negli anni 80, lo sviluppo dei computer di quinta generazione, in Giappone, all’apice dello sviluppo post-bellico di tale nazione, riporta il tema di attualità ed insieme al Giappone, altre nazioni decidono di investire, dando il via alla generazione dei “sistemi esperti”.
Si tratta di programmi basati su regole che producevano semplici inferenze tra fatti ed elementi selezionati da esperti e tradotti in linguaggio di programmazione. Si costruirono centinaia di realizzazioni, scoprendo però che quelli semplici non erano alla fine utili e che quelli importanti erano comunque troppo costosi da realizzare.
Spesso , per esempio, si ottenevano risultati assurdi, se i programmatori utilizzavano degli assunti non completamente corretti.
Alla fine degli anni 80, il clima intorno all’IA era di grande disillusione, intorno alla quale nessuno voleva investire.